Rocche-a-Vezza-dAlba

 

Il mito vuole che le abbia scavate Belzebù in persona, in una sola infernale notte di lavoro. In effetti, l’aspetto labirintico e selvaggio delle rocche alimenta e giustifica suggestioni e leggende. In realtà, si tratta di un interessantissimo fenomeno di erosione che si presenta come un libro aperto sulla storia geologica del Roero. Vero eden per naturalisti, geologi e amanti del trekking, le rocche attraversano tutto il Roero (circa 12 Km) ed offrono angoli di rara spettacolarità.
Le rocche rappresentano l’anima più vera e profonda del Roero.
La loro incontaminata natura offre interessanti contributi di genuinità alla cucina del Roero, portando in tavola una grande varietà di erbe spontanee, germogli, spugnole e profumatissimi tartufi.
Le rocche offrono anche argomenti interessanti alla civiltà del vino: mettono a nudo i diversi strati geologici in cui la vite affonda le sue radici e separano con rigore il Roero della vite (depositi di origine marina del Terziario piemontese) dal Roero delle “terre rosse” (terreni di origine eolica e fluviale).


Il mito
Si racconta che alcuni castellani e feudatari delle terre poste alla confluenza tra Tanaro e Stura, desiderosi di sottrarsi alla soffocante presenza dei tiranni di turno, avessero deliberato di erigere una potente roccaforte. Per renderla inespugnabile e degna della provocazione, occorreva però rimodellare ed innalzare il territorio e, di fronte ad un così gravoso progetto, già si faceva strada la rassegnazione, quando dalle acque del Tanaro emerse Belzebù, chiamato in causa dall’improvvido sfogo di uno dei presenti. Pattuita l’ovvia contropartita in anime, Belzebù si mise al lavoro. Con un cesto ed una vanga grandi come non se ne erano mai visti, si avviò verso le colline di Pocapaglia, dove scavò con palate gigantesche. In una notte di infernale lavoro e di indiavolato viavai, Belzebù costruì l’erta di Cherasco e le rocche di Pocapaglia e del Roero.